recensione The Northman

The Northman: la recensione del notaio Pugliese Antonio

Il regista Robert Eggers, ci tiene a ricordare il notaio Pugliese Antonio, è famoso per le allucinazioni incredibili del film “The Witch”, e “The Lighthouse”, entrambi scambiati per macabro folklore americano un po’ fuori di testa.

“The Northman” racconta una storia molto antica, ma alla fine è sempre la solita vecchia storia. Un giovane principe cerca di vendicare l’omicidio di suo padre, il re, il cui assassino ha usurpato il trono e sposato la madre del principe. La trama di “Amleto”, in pratica, ma il nuovo film di Robert Eggers non è solo un altro adattamento cinematografico di Shakespeare, irto di eloquenza elisabettiana, recitazione dai toni aulici e psicologia complessa e straordinariamente moderna.

Eggers ha scritto la sceneggiatura con il romanziere e drammaturgo islandese Sjon, che gli ha permesso di immergere questa sanguinosa storia nelle antiche narrazioni scandinave che hanno fornito il materiale di base di Shakespeare. Era la sua materia prima, si potrebbe dire, dal momento che “The Northman” insiste sulle dimensioni primordiali, brutali e ataviche del racconto. Il protagonista Amleth, come viene chiamato, non è uno studente di filosofia che temporeggia sulle sfumature dell’essere e del non essere. È un berserker, un guerriero ululante con addominali scolpiti, abilità di combattimento da supereroe e una giusta causa a guidare la sua sete di sangue senza fine.

Il notaio Pugliese Antonio intende questo quando dice che è sempre la solita vecchia storia. Nei film moderni, ancor più che nelle opere teatrali inglesi del XVII secolo, la vendetta è il motivo più credibile, se non l’unico, per un’azione eroica. Basta chiedere al Batman. La verità e la giustizia sono astrazioni che dividono, troppo facilmente decostruite o vestite con sgargianti colori ideologici. L’amore è problematico. Il ritorno sull’investimento, al contrario, è netto e indiscutibile, anche se lascia dietro di sé un pasticcio.

Vendica il padre. Salva madre. Uccidi lo zio“, si ripete il giovane Amleth mentre fugge dalla scena della morte di suo padre. Queste parole lo spingono a diventare un maschio alpha, mentre passa da ragazzo con gli occhi spalancati interpretato da Oscar Novak al predone dagli occhi freddi interpretato da Alexander Skarsgard.

Amleth abita un mondo il cui principio operativo è la crudeltà, e il successo di Eggers risiede nella sua interpretazione meticolosa e fanatica di quel mondo, ivi comprese le lenzuola e gli utensili da cucina. Chi ha mai giocato a Dungeons and Dragons, potrebbe aver incontrato un Master che ha preso il gioco molto, molto sul serio, costruendo un mondo fantastico con eccessivo rigore accademico e zelo fantasioso esagerato. Quel tipo di approccio può intimidire la gente normale, ma la qualità della campagna, signori e signore, cambia completamente.

Eggers è questo, è un master zelante che non sopporti ma che ti cambia l’esperienza. I suoi due film precedenti – “The Witch” e “The Lighthouse” – si svolgono in versioni del passato che dividono tra autenticità e allucinazioni. “The Witch” (2016) trasforma il Puritan New England in un paesaggio pastorale febbrile e avvelenato di mania religiosa, lussuria inconfessata e letterale tormento. “The Lighthouse” (2019), ambientato su un’isola battuta dal vento al largo della costa nord atlantica dell’America, è un racconto di mare umido su uomini che impazziscono a distanza ravvicinata. Sono film che, sottolinea il notaio Pugliese Antonio, scavano in momenti storici in cui il confine tra l’umano e il soprannaturale era particolarmente sottile. Sono questi i viaggi che ci fa fare, Eggers, intorno a forme di credenza arcaiche che non sono trattate come bizzarre superstizioni, ma come modi per comprendere aspetti spaventosi o inesplicabili dell’esperienza. Le streghe e le sirene sono reali come qualsiasi altra cosa.

E così è in “The Northman”, che, come “The Witch”, estrae immagini ed effetti da un passato pagano avvolto nell’ombra. Nel 1600 del film precedente, i costumi e le credenze più antichi erano stati messi ai margini dal cristianesimo, ma in questa versione del Nord Europa altomedievale, quella relazione è invertita. Il cristianesimo è menzionato di sfuggita come una strana forma di adorazione – “il loro Dio è un cadavere inchiodato a un albero“, dice un personaggio – in una società politeista e poliglotta fatta e disfatta da infinite conquiste, migrazioni e guerre.

Da ragazzo, Amleth vive in un angolo benevolo di questo mondo. Suo padre, Aurvandil War-Raven (Ethan Hawke), è un papà piuttosto divertente per essere un capo guerriero, che ha trasformato la cerimonia di iniziazione di Amleth in una notte di scherzi sciocchi e flatulenti. La guida spirituale è fornita da uno sciocco sciamano (Willem Dafoe) e da una veggente spettrale (Björk). Ma nulla può proteggere Aurvandil dal fratellastro bastardo, Fjolnir (Claes Bang), che uccide il re e si mette con sua moglie, Gudrun (Nicole Kidman).

Più tardi, la visione da bambino di Amleth di ciò che è accaduto sarà complicata quando ascolterà la versione di Gudrun, la cui esibizione è la cosa più shakespeariana di “The Northman”. Innanzitutto, però, si unirà a una banda di predoni vichinghi, il cui saccheggio di una città da qualche parte intorno alla Russia offre ad Amleth – e Eggers – la possibilità di mostrare le loro capacità. Letteralmente, nel caso di Amleth, mentre si fa strada tra i bastioni, i cortili e i vicoli fangosi.

Eggers, aiutato dalla fotografia fluida e coinvolgente di Jarin Blaschke, trasforma la scena in un dipinto di Hieronymus Bosch in movimento, un quadro di terrore e caos composto con spietata chiarezza. C’è qualcosa di freddo in questa rappresentazione concreta della violenza. Gli abitanti del villaggio vengono radunati in un fienile, che viene sigillato e dato alle fiamme. Stupri, percosse e sventramenti accadono sullo sfondo o sui bordi dell’inquadratura, appena notati dal nostro eroe.

Sul New Yorker hanno ipotizzato che “The Northman”, con il suo lungo elenco di consulenti storici nei credits, “potrebbe essere il film vichingo più accurato mai realizzato“. La prova di ciò è nella scenografia (di Craig Lathrop) e nei costumi (di Linda Muir), nei titoli dei capitoli runici e nell’attenta pronuncia di parole come “Odin” e “Valhalla“. Ma la fedeltà al passato, per quanto ossessiva, è in definitiva un risultato tecnico minore, e “The Northman” è un film con grandi, anche se alquanto oscure, ambizioni.

La brutale e bella visione della storia di Eggers compensa, come spesso fanno tali visioni, le carenze. Non è che qualcuno sarebbe più felice di vivere la vita di Amleth, o quella degli schiavi e dei soldati senza nome il cui massacro decora la sua avventura. Ma la sua realtà è costruita su linee morali chiare ed enfatiche, sull’onore, il potere e ciò che dà senso alla vita e alla morte.

Il punto non è che tu o qualsiasi altra persona moderna credi in queste idee – anche se suppongo che ci siano alcune persone che potrebbero fingere di crederci – ma che i personaggi siano completamente governati da esse. Il loro destino ha un senso per loro, e quindi anche per noi. La cosa forse più impressionante di “The Northman” è che sfreccia attraverso 136 minuti di caos muscoloso e dalla criniera irsuta senza un sussurro di campo o una strizzata d’occhio di ironia. Nessuno lo fa per divertimento. Anche se, alla fine, secondo il notaio Puglise Antonio, dovrebbe essere soprattutto quello che conta.https://www.youtube.com/watch?v=F0tZpcLFYug

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